|
Queste le annotazioni, scritte nel tardo pomeriggio, in coda alle operazioni indispensabili (lavare e stendere i vestiti, farsi la doccia, mangiare e dormire qualche ora per poi andare a curiosare dove si è capitati, parlare con la gente, comprare qualcosa da mangiare, andare a letto presto).
Tanto per cominciare è molto più impegnativo il pensiero di farlo che farlo nella realtà. Fuor di banalità per un bipede camminare è molto più naturale che stare seduto e, non avendo null’altro da fare, camminare per sei ore non è un’impresa titanica, ma un modo sensato per trascorrere la giornata. Le cose che succedono sulla strada danno significato all’impresa, è bello andare incontro al proprio significato ogni mattina, a prescindere dal conoscerlo già, intendo.
Anche lo zaino che appare come un inutile martirio in realtà aiuta perché dà stabilità, ho provato a camminare senza e ciondolo a destra e sinistra, a danno dei tendini e perfino della concentrazione, mentre quei 10 chili mi tengono in terra, dritta e presente, danneggiandomi le ginocchia solo se le discese sono incaute, ma salvaguardandomi la schiena da qualsiasi dolore.
La grande sorpresa è stata scoprire il corpo, ero certa che sarebbe stata la mente a portarmi, con la risolutezza che le è congenita ed anche che la stessa mente avrebbe potuto essermi nemica, arrovellata da chissà quali pensieri, nostalgie, paure. NULLA.
Vince il corpo e la mente si arrende, senza condizioni. Il corpo si disfa e ricompone, secondo un’itineranza del dolore: se sono i piedi ad urlare le ginocchia mi lasciano in pace, io cerco di aiutare cambiando mano al bastone, immergendomi in ogni fonte, cambiando le calze, massaggiandomi i piedi, fermandomi all’ombra, mangiando albicocche secche e mele o banane, rinfrescando questo
corpo che comincio a rispettare ed amare e che non tratto più come una carcassa, dedicata semmai ad ammalarsi. Dopo qualche giorno è il corpo a comandare, non esistono più programmi, si asseconda il dolore e si trovano stratagemmi per superarli, la mente è completamente al traino, vispa e svampita, di perenne buon umore. Riesco a sentirlo tutto unito questo corpo, non più a compartimenti stagni, certe volte quando arrivo a destinazione sono così riconoscente che ringrazio tutto fino ai tendini delle dita dei piedi, mi commuovono queste insospettabili gambotte che macinano chilometri e chiedono solo una rinfrescata, due parole di incoraggiamento e un po’ di potassio.
|