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Eravamo arrivati a Nus nel primo pomeriggio, percorrendo l’autostrada che dal Piemonte taglia longitudinalmente tutta la Valle d’Aosta, attraversandola come una spina dorsale. A destra e a sinistra i nostri sguardi si erano persi alla ricerca di quei castelli, alcuni da fiaba, altri da difesa, che conoscevamo molto bene. Il forte di Bard, su un massiccio sperone roccioso, si ergeva alla nostra destra riecheggiando, nella memoria, l’assedio di Napoleone Bonaparte, Issogne, appena immaginabile a sinistra, testimoniava i fasti dei Signori di Challant; Verrès, maestoso e possente, ci guardava dall’alto, immutato e silenzioso. Arrivammo a Nus subito dopo aver fatto una deviazione per rivedere da vicino, gli esterni del castello di Fénis, magico come un racconto alla Tolkien, dalle cui torri merlate ci si aspettava di intravvedere, da un momento all’altro, la testa bianca di un mago. Lasciammo nella locanda le poche cose che ci eravamo portati per il week end, e ripartimmo alla volta di Morgex. Finalmente avremmo visitato i vigneti di Prié Blanc, il vitigno autoctono valdostano che nell’Ottocento aveva resistito, indomito e tenace, all’attacco della fillossera, un insetto che come una piaga biblica aveva distrutto i vigneti di mezza Europa. Tutti tranne pochi, resistenti vitigni. Uno di quelli, adesso, era davanti a noi, a 1200 metri d’altitudine, circondato dalle imponenti montagne valdostane, in un clima al limite della sopravvivenza per la vite. Irriducibile, il Prié Blanc, solido e immutato come i castelli della Valle d’Aosta, forte e durevole come il Monte Bianco. Di lui si dice tecnicamente che sia a “piede franco”, perché non è stato impiantato su un innesto di vite americana, come tutti i vigneti europei che furono ricostruiti dopo la distruzione. Giungemmo in cantina col desidero di provare l’espressione elegante di quel vitigno, e fummo accontentati. Assaggiammo un Blanc de Morgex et de La Salle dal tipico color giallo paglierino scarico, profumi di agrumi ed erbe di montagna, fresco in bocca e delicatamente minerale, l’ideale per accompagnare una trota alla valdostana. Un vitigno versatile il Prié Blanc, lo capimmo in quel momento, che sa esprimersi in maniera nobile come spumante Metodo Classico, sbocconcellando del lardo d’Arnad sciolto sul pane caldo, o come vino da dessert, nella sua versione “vendemmia tardiva”, accompagnando le tegole valdostane o la crema di Cogne.
Sulla strada per Nus altri castelli accompagnavano il nostro viaggio, Sarre, Saint Pierre, Aymavilles, oltre al tintinnar leggero delle bottiglie di vino.
  
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