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Cara Lina,
è l’ultima storiella che gira per Manhattan. Nei lussuosi cessi di qualche grande albergo di downtown due eleganti signori fanno i loro bisognini, chiacchierando come sempre. Alla fine uno dei due si lava accuratamente le mani e l’altro lì vicino continua il discorso dicendo: “Vedo che lei è di Yale” “Come lo sa?”. “Perché a noi di Harvard ci hanno sempre detto che a Yale vi insegnavano a lavarvi le mani dopo aver pisciato”. “Verissimo, e a voi di Harvard no? Noto che lei non si è lavato”. “Certo, ad Harvard ci insegnavano a non pisciarci sulle mani”.
A proposito del parlare nei cessi (almeno quelli maschili, detti qui “restrooms -Men o Gents”. Per quelli femminili, detti anche “powder rooms”, mi appello alle tue conoscenze) c’è una controversia, la mia esperienza è che, diversamente da quanto avviene in Italia, nei cessi pubblici americani, che sono assolutamente standard, come si vede in tutti i film, con la tazza nascosta, ma non chiusa e qualche urinoir aggiuntivo, tutti parlano mentre svolgono le loro funzioni. Io l’ho sempre attribuito a una sorta di camaraderie per far vedere che si è veri uomini che, come diceva il Presidente Johnson, “can piss and fart at the same time”. Dalla mia c’è pure quel professore polacco di letteratura inglese che ha scritto un libro spassoso sugli americani, tradotto anche in italiano. Lì per là non mi ricordo il nome, ma tu certamente si. Invece il mio amico Harvey Molotch, di cui sta per uscire un libro spettacoloso Public toilets. The Politics of Sharing, sulle toilettes pubbliche newyorkesi, e che in autunno verrà a parlare alla Bocconi, sostiene che gli americani si vergognano di parlare nei cessi pubblici. Io dico di no, chissà come la pensano i tuoi lettori. Ma anche in questi infimi benché frequentatissimi e strategici spazi pubblici, esiste una etichetta.
Il professor Martinotti ci lancia un quesito, tipico maschile: parlate o no col vostro vicino facendo pipì?
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